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Sant'Agnese







Quando era dodicenne, scoppiò una persecuzione e molti furono i fedeli che s'abbandonavano alla defezione. Agnese, che aveva deciso di offrire al Signore la sua verginità, fu denunciata come cristiana dal figlio del prefetto di Roma. Fu esposta nuda al Circo Agonale, nei pressi dell'attuale piazza Navona. Un uomo che cercò di avvicinarla cadde morto prima di poterla sfiorare e altrettanto miracolosamente risorse per intercessione della santa. Fu trafitta con colpo di spada alla gola, nel modo con cui si uccidevano gli agnelli.







Le notizie sulla vita e il martirio di Agnese sono varie e talvolta contrastanti, ma hanno riferimenti antichi, primo fra tutti un carme inciso sulla sua lastra tombale, composto da papa Damaso, morto nel 384, che riporta una fonte orale. Secondo Damaso, Agnese affrontò il rogo con coraggio e con l’atto di coprirsi il corpo nudo con i capelli. L’intrepido coraggio di Agnese, giovanissima eppure matura nella fede, è esaltato da sant’Ambrogio nel De virginibus, nell’inno Agnes beatae virginis e nella lettera a Simpliciano dove la unisce a Tecla e Pelagia, che andarono incontro al martirio come a una festa. Ambrogio, basandosi su tradizioni orali, parla della costrizione a adorare dei pagani, e di un tiranno che la voleva in sposa. Agnese preferì il martirio, e venne trafitta con la spada.



Il poeta cristiano spagnolo Prudenzio celebra Agnese nel XIV inno del Peristephanon (405) introducendo un nuovo elemento: la costrizione a essere esposta in un postribolo. I clienti non osavano guardarla, eccetto un giovane, che non riuscì a possederla a causa di un lampo scagliato da un angelo che lo accecò. La morte, secondo Prudenzio, avvenne per decapitazione. Esistono poi due Passiones (racconti di martirio): una, latina del V secolo, che probabilmente veniva proclamata nella festa di Agnese, e secondo cui il carnefice fu il prefetto di Roma, padre del pretendente respinto: qui si cita il denudamento forzato, il gesto di ricoprirsi e l’avvio di Agnese al postribolo. Nella Passio greca, sempre del V secolo, Agnese è invece una donna adulta che fa conoscere Cristo a molte matrone. Denunciata, viene esposta nel postribolo, da cui però esce illesa, e in seguito martirizzata.



Collazionando le fonti ne escono alcuni dati: Agnese di famiglia romana e cristiana – forse patrizia, ma secondo alcuni figlia di liberti – si consacrò giovanissima a Dio; a dodici anni, durante le persecuzioni di Diocleziano, mentre molti cristiani abiuravano, mantenne la sua fedeltà al Cristo. Il figlio del prefetto di Roma, invaghitosi di lei e respinto, la denunciò alle autorità; forse lo stesso prefetto la fece esporre nuda in un luogo per pubbliche prostitute nel circo Agonale, oggi cripta di Sant’Agnese in piazza Navona. Fu gettata nel fuoco, ma le fiamme si divisero senza lambirla, mentre i capelli le crebbero al punto di ricoprire il corpo nudo. Fu infine trafitta con un colpo di spada alla gola, così come si uccidevano gli agnelli.



Anche per questo nell’iconografia è raffigurata spesso con un agnello, simbolo del candore e del sacrificio. Il martirio è stato collocato da alcuni fra 249 e 251 durante la persecuzione decretata dall’imperatore Decio, altri lo pongono nel 304, durante l’ultima grande persecuzione, voluta da Diocleziano. Dopo la sua morte, il corpo fu sepolto nelle catacombe lungo la via Nomentana, oggi conosciute con il suo nome. Qui la principessa Costantina, figlia di Costantino, fece edificare una collegiata col proprio mausoleo. Papa Onorio I, nel VII secolo, fece erigere poi una grandiosa basilica a doppio ordine di colonne, oggetto di ammirazione, impreziosita tra l’altro con un ciclo di affreschi narrante la passio (perduto nei rimaneggiamenti successivi). La basilica fu più volte abbellita, fra Cinquecento e Settecento e rinnovata da Pio IX a metà Ottocento.



LA TRADIZIONE DEGLI AGNELLINI

Il culto di sant’Agnese è già presente a Roma nella prima metà del IV secolo, incentrato sulla giovane età della martire e sull’esempio di fortezza reso in un periodo in cui la cristianità subiva numerose defezioni. Il nome stesso di Agnese, che ha radice greca nell’aggettivo haghnòs = puro, casto, si collega soprattutto al termine latino agnus (agnello) di sapore biblico, ma anche di riferimento simbolico: Agnese che vinse per il sangue dell’Agnello, realizzò in sé le nozze mistiche che l’Agnello celebra con la Chiesa, sua sposa. A Roma esisteva nei primi anni del secolo VIII un monastero e oratorio col titolo di Sant’Agnese ad duo Furna, mentre la più famosa chiesa di Sant’Agnese in piazza Navona, luogo del martirio, anch’essa citata a metà del secolo VIII, fu rinnovata e riconsacrata da Callisto II nel 1123, e rifatta poi nel Seicento.



Nel IX secolo il corpo di sant’Agnese, venerato in un’arca nella cripta della basilica sulla Nomentana, fu privato della testa, trasportata nel Sancta Sanctorum del Palazzo del Laterano. In quell’occasione, dal cimitero Maggiore, dovettero essere unite le spoglie di santa Emerenziana, che la Passio di Agnese definisce catecumena e sua sorella di latte, lapidata nello stesso giorno dei funerali di sant’Agnese. Il 21 gennaio del 1621 il corpo della santa fu riposto, unitamente ai resti di Emerenziana, in una cassa d’argento, sotto l’altare maggiore della basilica di via Nomentana. L’insigne reliquia della testa, che l’esame medico del 1903 riferisce ad una giovinetta di 11-12 anni, per volere di Pio X, fu posta in un reliquiario nella cappella Doria Pamphili, nella chiesa di piazza Navona. Si cita anche un reliquiario, con un braccio della santa, nella sacrestia di San Pietro in Vincoli.



Il culto di Agnese fu molto diffuso già dall’alto Medioevo, attestato dalla presenza di chiese a lei dedicate e dalla rappresentazione della sua figura nelle teorie dei martiri e dei santi. Agnese fu celebrata, nei secoli, con cicli di affreschi e molte volte il suo martirio fu oggetto di sacre rappresentazioni. Secondo un’antica usanza, nella basilica della Nomentana, ogni anno il 21 gennaio, vengono benedetti due agnelli allevati da religiose; con la loro lana le benedettine di Santa Cecilia tessono i sacri pallii, bianche stole dei patriarchi e dei metropoliti cattolici, che vengono benedetti dal papa la sera del 28 giugno sulla tomba di san Pietro.



Agnese patrona delle giovani, è protettrice della castità, dei giardinieri, degli ortolani. Inoltre è patrona dell’Ordine dei Trinitari: infatti il 28 gennaio del 1193, ottava del martirio di sant’Agnese (quando secondo la tradizione i suoi genitori si recarono alla sua tomba e Agnese apparve loro con un agnello in braccio, simbolo di Cristo), san Giovanni de Matha ebbe la visione di Cristo nel gesto di scambiare schiavi cristiani e musulmani e la conseguente ispirazione di fondare un ordine che esercitasse il riscatto dei prigionieri. Agnese è anche patrona della casata dei Visconti, signori di Milano.


Fonte:
Famiglia Cristiana











Sant’Agnese, un corpo così piccolo per una fede così grande



“Non ancora capace di subire tormenti, eppure già matura per la vittoria”.
Così Sant’Ambrogio ricordava, nel suo trattato De Virginibus, Sant’Agnese, la vergine e martire romana di cui oggi la Chiesa ricorda la nascita al cielo.

Della sua vita si sa poco, mentre della sua morte si conosce ogni dettaglio perché fu una testimonianza di fede così grande che pose subito il nome della fanciulla nel Canone Romano accanto a quelli di altre celebri martiri: Lucia, Cecilia, Agata, Anastasia, Perpetua e Felicita.
Agnese aveva dodici anni quando fu costretta a scegliere tra la vita mortale e la vita eterna. Un’età in cui le fanciulle sue coetanee – scriveva Sant’Ambrogio – “tremano anche allo sguardo severo dei genitori ed escono in pianti e urla per piccole punture, come se avessero ricevuto chissà quali ferite”.



Lei invece no. Legata nuda in una pubblica piazza, provata dal ferro e dal fuoco, piuttosto di rinnegare il proprio amore per Gesù Cristo, preferì sacrificare il suo minuscolo corpo e offrirlo allo Sposo tanto atteso, a cui si unì per sempre mediante la palma del martirio.
Come accennato, si sa ben poco delle origini della giovane Santa. Non si ha la certezza nemmeno del nome “Agnese”, traduzione dell’aggettivo greco “pura” o “casta”, che secondo alcuni storici fu usato in maniera simbolica probabilmente per esplicare le sue qualità.
Informazioni sulla giovane martire, seppur vaghe e discordanti, si attribuiscono, oltre al già citato “De Virginibus” di Sant’Ambrogio del 377, anche alla “Depositio Martyrum” del 336, il più antico calendario della Chiesa romana; all’ode 14 del “Peristefhanòn” del poeta spagnolo Prudenzio e ad un carme di papa San Damaso, ancora oggi conservato nella lapide murata nella basilica romana di Sant’Agnese fuori le mura.



Dall’insieme di questi dati risulta che Agnese nacque a Roma, da un’illustre famiglia patrizia, in un periodo in cui era illecito professare pubblicamente la fede cristiana, probabilmente il III secolo. Durante la sua adolescenza, scoppiò infatti una forte persecuzione da parte dell’imperatore Valeriano, secondo alcune fonti, o Diocleziano, secondo altre. Tanti fedeli si arresero alla defezione, molti altri, invece, furono uccisi così in gran numero e così barbaramente che quel periodo storico meritò l’appellativo di “era dei martiri”.
Secondo il parere di alcuni studiosi, Agnese avrebbe versato il sangue il 21 gennaio di un anno imprecisato. La piccola fu denunciata dal figlio del prefetto di Roma, che invaghitosi di lei venne respinto dalla giovane che aveva deciso di offrire la sua verginità al Signore.
La sua fu dunque una duplice testimonianza: di fede e di castità. Esposta seminuda al Circo Agonale, nei pressi dell’attuale piazza Navona, venne messa a morte forse per decapitazione, come asseriscono Ambrogio e Prudenzio, oppure mediante fuoco, secondo San Damaso. L’inno ambrosiano Agnes beatae virginia ne pone in luce anche l’innato pudore per la giovane età, ricordando il tentativo di coprire il suo corpo verginale con le vesti e la candida mano sul viso nell’accasciarsi al suolo.
«É un’offesa allo Sposo attendere un amante» disse prima di morire ad un boia incredulo che si sentì rivolgere anche queste parole «Carnefice, perché indugi? Perisca questo corpo: esso può essere amato e desiderato, ma io non lo voglio».



Secondo alcune leggende, un uomo cercò di avvicinarla, ma morì prima di poterla sfiorare, risorgendo miracolosamente per sua intercessione, e quando fu gettata nelle fiamme, il fuoco si estinse per le sue preghiere. Morì, in silenzio, con il capo chinato, trafitta con colpo di spada alla gola, allo stesso modo in cui vengono uccisi gli agnelli. Per questo l’iconografia tradizionale la raffigura con una pecorella o un agnello sul grembo, quale simboli di candore e sacrificio.
Affascinante anche la storia delle reliquie della Santa. Il suo piccolo corpo martirizzato venne inumato nella galleria di un cimitero cristiano sulla sinistra della via Nomentana. In seguito sulla sua tomba, Costantina, figlia di Costantino il Grande, fece edificare una piccola basilica in ringraziamento per la sua guarigione, che fu poi ripetutamente rinnovata ed ampliata. Accanto ad essa sorse, inoltre, uno dei primi monasteri romani di vergini consacrate.
Il cranio della santa martire venne posto dal secolo IX nel “Sancta Sanctorum”, la cappella papale del Laterano, per essere poi traslato da papa Leone XIII nella chiesa di Sant’Agnese in Agone, che sorge sul presunto luogo del postribolo dove fu esposta. Tutto il resto del corpo riposa invece nella basilica di Sant’Agnese fuori le mura in un’urna d’argento commissionata da Paolo V.


Fonte:
Zenit













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"[...] Non abbiate paura!
APRITE, anzi, SPALANCATE le PORTE A CRISTO!
Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo.
Non abbiate paura!
Cristo sa "cosa è dentro l’uomo". Solo lui lo sa!
Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro,
nel profondo del suo animo, del suo cuore.
Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra.
È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione.
Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo.
Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna. [...]"


Papa Giovanni Paolo II
(estratto dell'omelia pronunciata domenica 22 ottobre 1978)



 
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